Sindrome ipertimestica


Sindrome ipertimestica

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La mia paziente ricorda tutto dal ’74: vive un film inarrestabile”

Un giorno arriva una lettera al «Center for the Neurobiology of Learning and Memory» alla University of California, Irvine. E’ una richiesta d’aiuto da parte di una donna, ossessionata dalla memoria, che la rincorre e la molesta. Da quando aveva 11 anni, la vittima, trentenne, ha l’incredibile capacità di ricordarsi ogni particolare. Di una data qualsiasi, a partire dal 1974, è in grado di indicare il corrispondente giorno della settimana, di descrivere le proprie azioni e gli avvenimenti importanti del mondo. «Alcuni mi chiamano la donna-calendario, altri scappano, impauriti».
Ad aprire la busta, insieme con alcuni colleghi, è stato il neurologo Larry Cahill, che si occupa di «eccitamento emozionale» e memoria. Da allora Cahill ha in cura – o meglio, sta studiando – A.J. (così, per ragioni di privacy, è nota la donna) e per l’incredibile fenomeno che l’ha colpita ha coniato il termine di «sindrome ipertimestica» (da iper per «eccessivo» e timesi per «ricordare»). L’ha descritta per la prima volta sulla rivista scientifica «Neurocase» nel 2006 e da quel momento non ha più smesso di indagarla.

Professor Cahill, la memoria può diventare la maledizione di un flusso no-stop? «E’ incontrollabile, automatica. Inizialmente eravamo scettici. Ma quello che è stato subito evidente è che avevamo di fronte una persona con una fenomenale abilità di ricordare. Voglio dare un esempio del suo stato mentale».

Spieghi. «Ecco il frammento di una testimonianza della signora. “La mia memoria governa la mia vita… è come il mio sesto senso… voglio sapere perchè ricordo tutto. Penso al mio passato tutto il tempo… è come se fosse un film che non si ferma mai. E’ come uno schermo spezzato in due. Quando parlo a qualcuno, penso ad altro… Ora sto parlando con lei e la mia testa pensa a quello che accadeva nel dicembre 1982 e al 17 dicembre 1982: era un venerdì, avevo cominciato a lavorare in un negozio… Ruota tutto intorno alle date, passo il mio tempo a ripercorrere le date del mio passato”».

Che cosa avete dedotto? «Innanzitutto abbiamo escluso che si trattasse di un caso di autismo».

Come avete fatto? «Abbiamo cominciato con domande su fatti conosciuti e documentati: programmi tv ed episodi pubblici. Poi siamo passati a momenti della vita personale. Tutto coincideva».

Come definite questo «disturbo»? «Nella paziente c’è una componente molto vicina al disturbo ossessivo-compulsivo: è una sintomatologia costituita da pensieri ossessivi associati a compulsioni, come azioni particolari o rituali da eseguire, che tentano di neutralizzare l’ossessione».

Per la ricerca che cosa rappresentano A.J. e la «sindrome ipertimestica?» «Un valore straordinario: finora si è sempre lavorato su campioni di persone sane o su individui che hanno perso la memoria in modo più o meno grave. Qui, invece, siamo di fronte a un individuo con una memoria superiore. Il punto cruciale, ora, è quello di reclutare altri “esemplari”».

Vale a dire? «La descrizione di un caso isolato può essere affascinante di per sé, ma scientificamente non è informativo. Devo ammettere che i media hanno giocato un ruolo scientifico, nel senso che ci hanno aiutato a far conoscere il caso e a cominciare una specie di reclutamento di persone affette dalla stessa sindrome. Speriamo di trovare una peculiarità nel loro cervello che ci aiuti a iniziare un nuovo filone di ricerca».

Quante altre A. J. avete trovato finora? «Si sono affiancati altri due casi, su cui svolgiamo un secondo round di test».

Che cosa avete scoperto finora? «Dopo colloqui di tipo psichiatrico abbiamo sottoposto il loro cervello a un’analisi strutturale con l’imaging a risonanza magnetica. Avevamo ipotizzato una differenza nell’ippocampo: è la parte del cervello, nella zona mediale del lobo temporale, che svolge un ruolo importante nella memoria a lungo termine. Ma questa struttura ha dimensioni normali. Ciò che, invece, sembra diverso è il sistema corticostriatale, che ha un ruolo cruciale nell’apprendimento comportamentale ed è associato al disturbo ossessivo-compulsivo. E’ un dato preliminare interessante, perché potrebbe investire questa struttura di un ruolo – quello mnemonico – del tutto nuovo, aprendo un capitolo inedito negli studi sulla memoria. In parallelo vogliamo raccogliere un “pool” di persone come A. J.».

Quante? «Almeno 10-15 individui. Così potremmo definire un profilo genetico per capire se il loro Dna nasconda una mutazione che spieghi l’origine di questa straordinaria condizione».
di MARTA PATERLINI, La Stampa




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