Prima. Ovvero: pensieri utili per non perdere i pazienti al primo incontro.


Prima. Ovvero: pensieri utili per non perdere i pazienti al primo incontro.

Descrizione Completa





di Jones De Luca

(articolo apparso sul bollettino n.1 di settembre 2010 dell’Ordine degli Psicologi del Veneto e pubblicato qui con il permesso dell’autrice)

“Quando ho bussato per la prima volta alla sua porta, è stata dura. C’è voluto molto tempo, mi avevano parlato male degli analisti, di lei non sapevo niente, ma questo non aiutava, era ancora peggio. Poi c’era quella psicologa che avevo conosciuto per lavoro, faceva interpretazioni a tutti, io avevo sempre pensato che era piena di problemi. Stavo molto male da mesi, non ne avevo parlato mai con nessuno, avevo un bisogno estremo, ma dover bussare alla sua porta è stata la cosa più dolorosa.”

Nei primi passi di ogni incontro clinico è d’aiuto chiedersi cosa succede “prima di bussare”, prima di prendere in mano il telefono per un appuntamento, prima di cercare qualcuno la cui professione cominci con un “psi”. Potrebbe servirci il pensiero che “prima di bussare” c’è stato un naufragio.

I naufraghi non sanno in che terra sono approdati: giustamente, hanno paura. Qualcuno, come Ulisse sulla spiaggia dei Feaci, lacero e perseguitato, non può nemmeno rivelare il suo nome: magari approda perché il cuore gli batte all’impazzata quando non deve. Non è più padrone in casa propria e ora deve parlare con uno sconosciuto che potrebbe pretendere di conoscerlo meglio di quanto lui stesso non si conosca.. roba da matti! “Quando il mio medico mi ha detto di venire da lei ho pensato:- Ma sono proprio così? Sono a questo punto?-”

Qualcun altro è naufragato perché un figlio di colpo gli ha rovesciato le previsioni di una vita: “Non avrei mai pensato di arrivare in un posto così”. Qualcuno ha già ricevuto una sentenza da un suo tribunale personale interno, tribunale che può essere spietato.

“Quando siamo andati per la prima volta dallo psicologo con il bambino, prima, per diverse notti, non ho dormito. La maestra aveva insistito per questa visita, si doveva certificare. Sapevo che c’erano dei problemi, c’erano sempre stati: all’inizio non riuscivo a calmarlo quando piangeva, poi c’erano state le coliche, poi una agitazione continua. L’angoscia poi mi prendeva completamente, sapevo che era colpa mia.”

Di là della porta, allora, prima di bussare, quello che si aspettano di trovare è un giudice davanti al quale saranno condannati: potrebbero occultare le prove, sottomettersi piangendo, ribellarsi ad una ingiustizia che si perpetua da un tempo lontano. In fondo a loro era andata peggio.

“Quando mi hanno detto che dovevo portare il bambino a fare una psicoterapia ho pensato che avevo fallito come madre e mi sono rifiutata. Poi è cominciato un lungo calvario, uno psicologo dietro l’altro. Ora siamo abituati.” Altre volte lo psicologo sta dalla parte del potere: “La natura era stata matrigna e non ci aveva dato figli, ora dovevamo chiedere il permesso di adottarne uno e qualcuno poteva arrogarsi il diritto di dirci ancora una volta di no.”

“E’ venuto anche lo psicologo, mi hanno fatto i test, hanno deciso che non ero più idoneo.” Prima di bussare, prima che le cose accadano, nell’atmosfera sospesa di prima della pioggia, le persone cercano nei ricordi un aiuto per prevedere il futuro. Quello che trovano è l’esperienza di quando sono andati da qualcuno per confidare una pena, per sfogare un dolore, per mostrare una ferita.

Il più delle volte qualcosa non è andato per il verso giusto, il più delle volte il passato riporta detriti di vecchi naufragi. Vorremo essere considerati un po’ dei salvatori, vorremo che ci fosse dato il beneficio delle nostre buone intenzioni e potremo essere un po’ offesi quando qualcuno ci dice: “Non volevo parlare con lei, sono venuto solo perché mi hanno obbligato.” Eppure parlare, anche solo parlare con qualcuno che ascolta attentamente, scaricarsi, fa così bene.

“Scaricarsi è considerata ancora oggi una attività benefica, ricercata attraverso le pratiche più svariate, secondo il modello potremo dire della “one person “o della “two person pychology”. Peraltro “non scaricarsi” o “tenersi tutto dentro” è un comportamento ritenuto portatore di sofferenza, sopratutto psicosomatica.”

Ma tutto dipende da quello che succederà poi quando ci si scarica, e in qualche modo ognuno sa già quello che succederà, o meglio quello che è già successo e quindi, nel tempo circolare ed infinito della mente, non potrà altro che succedere ancora.

“Durante queste operazioni l’analista si troverà a secondare in parte schemi di relazioni oggettuali interne del paziente. Egli potrà diventare la madre che accoglierespinge lo sfogo… o quella insaziabilmente curiosa che vuole saperne di più, quel di più che il paziente forse per vergogna, forse per calcolo, ostensibile mete cela… “

Il terapeuta si disinteresserà presto, occupato dal suo telefonino, oppure umilierà il paziente per l’ennesimo fallimento, oppure, pur interessato sarà presto deluso e abbandonerà il campo. Questi i pensieri del prima. Quando, dopo aver bussato, la porta si aprirà, comincerà una partita giocata mille volte e mille volte forse persa.. riuscirà questo nuovo tentativo ad andare diversamente? Se possiamo ricordare quanto è difficile per le persone “bussare alla nostra porta” di solito ci sono grati e il primo passo è più facile.




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