Benedetta Ricci


Benedetta Ricci

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SMONTARE IL LOOP DEL FALLIMENTO PERSONALE ovvero perchè dovremmo rivolgerci ad uno psicologo

Gran parte dei pazienti, ma anche delle persone che incontro, che conosco e con cui condivido la mia quotidianità mi manifestano la stessa convinzione: rivolgersi ad uno psicologo è sintomo di un fallimento personale.
Questo potrebbe essere discutibilmente vero nel caso in cui non ci fossero differenze tra ciò che la persona ha, per sua natura, a disposizione (quindi l’insieme delle risorse e delle capacità di far fronte alle varie vicissitudini della vita) e le competenze dello psicologo.
Rivolgendosi ad uno psicologo non dobbiamo aspettarci di trovare un amico, un consigliere o un silenzioso ascoltatore delle nostre confidenze.
Rivolgersi ad uno psicologo significa cercare un parere esperto, un’intervento professionale fatto di strumenti e conoscenze che nessuna determinazione, nessun amico, nessun consigliere potrebbe, neanche con le migliori intenzioni, offrirci.
Ognuno di noi è perfettamente in grado di prestare attenzione a quei campanelli di allarme che la nostra mente ed il nostro corpo ci lanciano sottoforma di pensieri, di comportamenti o di veri e propri sintomi fisici e che ci fanno sentire l’esigenza di fare qualcosa per ripristinare uno stato di benessere.
Quello che molti non sanno è che il buon senso comune e le logiche ordinarie con le quali siamo abituati a gestire la nostra quotidianità hanno ben poco a che vedere con la struttura del nostro disagio (sia esso un attacco di panico, uno stato ansioso o depressivo o addirittura un disordine alimentare).
Lo psicologo dovrebbe quindi rappresentare l’anello mancante, dovrebbe essere colui che possiede la chiave per poter accedere al disagio e per poterlo trasformare, dal suo interno, in qualcosa di funzionale per il benessere del paziente.
Questo è possibile riconoscendo la logica non ordinaria su cui si basa e si mantiene il disagio.
La maggior parte di noi ha subito, nell’arco del suo percorso di vita, un periodo critico (e non sto parlando di patologia ma di ordinaria amministrazione), che sia stato esso un fallimento, un insuccesso, o una delusione amorosa o lavorativa; periodi insomma in cui le nostre aspettative si sono rivelate troppo alte in confronto alla realtà dei fatti e a cui è seguito un periodo di frustrazione e delusione. Tutti noi, davanti a questa condizione, ci siamo trovati amici, familiari, consiglieri che ci dicevano di non drammatizzare, di resistere, che tutto sarebbe passato, di guardare avanti. Come dare torto a queste affermazioni? Ma in quel momento non ci hanno soddisfatto ed a volte hanno persino peggiorato il nostro stato d’animo; tutti vedevano come piccolo e superabile un disagio per noi molto doloroso…abbiamo iniziato allora a sentirci ancora più frustrati ed incapaci….oppure ad abbandonarci a quello che possiamo definire “suicidio quotidiano” impasto perfetto di ingredienti pericolosi; il vittimismo e la rinuncia.
Ecco, questo, anche se in misura diversa, è ciò che accade anche quando, immersi in un disagio patologico, ci ostiniamo a volercela fare da soli o a chiedere aiuto alle persone che ci stanno vicine solo perchè viviamo come fallimento il fatto di rivolgersi ad un professionista.
Quando abbiamo un dolore fisico, tangibile, come per esempio un problema ai denti, non dubitiamo nemmeno per un attimo di rivolgerci ad un dentista, che in quel momento rappresenta il professionista che possiede gli strumenti adeguati per risolvere il nostro problema, anche il disagio psicologico ha una struttura ben precisa e nessuna “ricetta popolare” può essere all’altezza della sua complessità.
Purtroppo non possiamo essere psicologi di noi stessi e purtroppo, spesso, ce ne accorgiamo solo quando il disagio è divenuto talmente invasivo ed invalidante da farci sentire, paradossalmente, realmente falliti.

 




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